ATHENE NOCTUA: LA SIGNORA DELLE TENEBRE. L’IMMAGINE DELLA CIVETTA ATTRAVERSO L’ICONOGRAFIA PREISTORICA.

 

Giorgio Dimitriadis

Dept. Valcamonica CCSP, Via Sammaione 12, 25050  Niardo (BS).

Hellenic Rock Art Centre, 640 03 Philippi, GR.

 

Sommario

La prima testimonianza iconografica della Civetta proviene dal sito di Trois Frères (Ariège), Francia meridionale. Si tratta di un reperto dell’orizzonte culturale del magdaleniano medio (13.000 a.C., Paleolitico superiore): una nidata di Civette (?), graffita sulla parete rocciosa. Tra gli elementi più rappresentativi nella produzione artistica preistorica sono cerchi simili ad “occhi”. Significativo è il loro legame associativo con le tombe megalitiche (cfr. “idoli-occhi”, III millennio; tombe micenee, XV sec. a.C.) e le grotte-santuario, a doppia valenza: sinistro perché preannuncio di morte, secondo la letteratura etnologica riscontrata nell’Europa sud-orientale, e positivo come segno di onniveggenza, fonte di vita. Di conseguenza, possiamo creare una scheda con degli elementi decorativi che si associano alla Dea Uccello Civetta e ci permettono di estrapolare, volta per volta, in relazione al contesto del ritrovamento, il significato più profondo della raffigurazione di Athene noctua nel tempo: “torrente che fluisce” o “corsi d’acqua” o “gocce di pioggia”; elementi a V e a X; meandri o bande di meandri; linee parallele triple; occhi tondi o radianti; occhi a “spazzola”; maschere a becco; chevron semplici; chevron doppi o tripli; chevron con linea semicircolare; sopracciglia singole o multiple; decorazioni a “coppella”; occhi come spire di serpente; occhi come “corna d’Ariete”. La presente comunicazione non pretende apportare delle novità sul piano strettamente ornitologico piuttosto di contribuire all’accrescimento della raccolta dei dati di tipo paleo-ornitologico per una maggiore comprensione della Civetta, oltre a coadiuvare alla protezione e alla tutela della specie attraverso una divulgazione mirata.

Parole Chiave: Arte Rupestre, Athena Noctua, Dea Uccello Civetta, Grotte Santuario, Tombe megalitiche, “Veneri”Rigide Nude.

 

Abstract

The first iconographic testimony of the Owl comes from theTrois Frères Cave (Ariège), situated in Southern France. The owl nest, engraved on the cav wall draft of from the cultural horizon of the middle magdalenian period (13,000 a.C., Upper Paleolithic). The most  represented elementes in the prehistoric artistic production are circles similar to eyes. Meaningful it is their associative tie with megalithic tombs (cf., idol-eyes,III millenium; mycenean tombs, XV sec. a.C.) and the cove-sanctuary, by a double valence: preannouncement of death and in the same time, according the ethnological data coming out from Southerastren Europe, source of life. Consequently, we can create a data base with all the decorated elements associated to the Goddess Owl Bird and they allow us to extrapolate, time for time, in relation to the context, the deeper meant one of Athene noctua in the time: torrente that flows or stream waters or rain droops; elements like as V and X; meanders/mazes or bands of meanders; triple parallels lines; round or radiating eyes; eyes like as brush; spout masks; simple chevron; double or triple chevron; chevron with semicircular line; single or multiple eyebrow; decorations like as cupmark; eyes like snake coils; eyes like Arietes horns. The present communication does not expect to bring innovationes on the closely ornithological plan rather than to contribute to increase the collection of cultural ornithological data for a deeper understanding of the Owl, its environmental protection and the protection of the species through one aimed spreading.

Keywords: Athena Noctua, Bird Godness Owl, Cave-Sanctuary, Megalithic Tombs, Naked Rigid “Venus”.

 

Premessa

Arte Figurativa: pensare ed esprimersi attraverso le immagini.

 

Questa “conoscenza” è totale, ovvero

mitica, rituale e geografica.

(Mircea Eliade)

 

Uomo e spazio si trovano in una relazione di reciprocità animata dall’energia che le forme emanano durante il processo di anamorfosi: le forme si trasformano nel loro tentativo di interpretare gli archetipi (figurazione) all’interno dello spazio. La creatività artistica si presenta all’aurora dello risveglio umano come dei mandala, struttura ordinata di un spazio sacro perché colmo di precetti e isomorfismi (cfr. Brusa-Zapellini, 2000). La trama spaziale comprende forme in tensione. La forma contorno labile della formazione permettendo all’artista di cogliere e impossessarsi del m/Mondo[1]. Il punto critico, di connessione[2], fra immagine e il suo “significato (se[o]gno)”  è il simbolo. Il mondo dei primordi, il mondo dei “sogni dei fantasmi[3] o dell’epoca dei sogni si esprime plasmando “matrici” di forme dando corpo alla Morfologia, tassonomia e razionalizzazione del cosmos definendo i limiti entro i quali cresce l’icona (simbolo). Parlando in termini operativi si tratta di investigare il problema di generazione delle forme (espresse come  configurazione globale in cui le singole figure si vedono nelle loro disposizione reciproca)[4] frutto della forza demoniaca delle trasformazioni. Ciò, implica anche un’altra caratteristica fondamentale, direi peculiare, delle forme: la sparizione concepita non in termini di annullamento, dispersione e distruzione, ma piuttosto in termini di sonno! Le forme “si addormentano” pronte per il “risveglio” al primo richiamo del logos (cfr., Focillon, 1941).

Le prime opere plastiche dell’umanità furono concepite mentre si stendevano gli peli degli animali selvaggi (leoni, orsi et al.) sulla loro rilievo fatto di creta. Più la forma assomigliasse all’animale totemico più intensa era la trasmissione delle forze naturali e l’identificazione passava attraverso anche l’utilizzo delle maschere[5]. L’elemento più accentuato sono due grandi occhi (cfr. maschera Bonono a sx.), spesso rotondi e sproporzionalmente grandi rispetto alla faccia[6]. Le maschere erano di solito portate dai sciamani durante delle cerimonie rituali parte dei cicli mitologici tribali. Lo sciamano, “custode della soglia”, è frutto dell’intreccio con il luogo di culto e la storia di esso iscritta nel tempo, in una sorta di danza ieratica. Per ogni azione e gesto del singolo o della sua tribù corrisponde una danza, un rito. La messinscena è impresa sui volti delle maschere adoperate, continuum di azioni, di energie, di messaggi, di sospiri cosmici. Perciò ogni maschera (intesa come spostamento dello sguardo), unica ed irripetibile, non nasconde il volto umano ma funge da filtro che permette, una maggior incorporazione del sovrannaturale. Risultano essere piuttosto, oggetti di forza viva perché deomorfi (dei-demoni-spiriti) e psicopompi. Un detto degli indigeni del Basso Yukon suona così: “ogni caccia è una caccia di anime” e la tribù dei Wolof aggiunge: “riconoscersi da sé vale molto di più che impararlo dagli altri”.

La mentalità preistorica sostanzialmente non segue la logica aristotelica ma piuttosto è partecipativa! Per il pensiero “primitivo” lo spazio e il tempo sono grandi involucri che custodiscono l’efficacia di quelle potenze arcane mentre avvolgono tutto, ogni cosa. Nell’orizzonte primitivo non vi è nulla che, abbandonato al caso, possa cadere nell’irrilevanza (Brusa-Zappelini, 1997). Esiste, invece, una variegata gamma di possibilità che rispondono meglio ad una strutturazione mitologica e magica della realtà.

 

Il simbolismo degli Esseri alati e degli Uccelli.

Le cosmologie tribali e le mitologie di tutte le civiltà, sovente, si fondano sulle figure di esseri alati (uccelli o theriomorfi alati) sia maschili che femminili o ermafroditi. Il creatore del mondo in Persia, chiamato Simurgh, era un uccello che nidificava sull’albero della Vita che sorgeva dal lago Aral o il mar Caspio. Nel mondo occidentale, secondo la cosmogonia ellenica, la Notte (Nyx) aveva generato l’Uovo del Mondo, nel seno dell’Erebo. Da lì germogliò l’Eros (Fanes), colui che Rivela, rappresentato con delle ali brillanti. Moan, è la divinità alata primordiale, fra le popolazioni oceaniche. Nella cristianità la terza persona della Trinità è lo Spirito Santo in sembianze di un uccello.

            Gli uccelli, grazie al volo, possono raggiungere il cielo, sede della divinità e della trascendenza. Nello stesso momento possono vivere in terra e di conseguenza fungono da messaggeri del messaggio divino. Ne sapevano qualcosa gli aruspici etruschi che dalla tipologia di volo degli uccelli riuscivano a decifrare la volontà divina. Le loro migrazioni hanno indicato per millenni le regole del cambiamento stagionale: l’arrivo dei primi uccelli preannuncio di rigenerazione e rinascita della natura.

            Le ali (1), il piumaggio e le penne (2), il canto (3), le uova (4), tutti elementi che richiamano gli esseri alati costituiscono dei fili rossi che conducono attraverso la corretta interpretazione alla comprensione simbolica degli esseri alati:

  1. Nella tradizione cristiana simboleggiano la spiritualizzazione, il volo verso l’alto, la comunione divina e la protezione divina di tutto il creato. Non a caso gli Angeli,sono rappresentati con delle ali. Infine, l’anima (della stessa sostanza, eterea, del vento) è raffigurata alata o si percepisce con delle ali. Spesso, anche la loro posizione (in verticale o in orizzontale) acquista un senso simbolico.
  2. Nel antico Egitto era simbolo della verità e della giustizia. Fra i Greci e i Romani, divenne emblema di celerità. Infine, la piuma era simbolo della chiaroveggenza e della divinazione, anche presso le tribù pellirossa Pueblo, che ornavano il bastone di preghiera con delle piume colorate perché agitandolo facilitavano la salita delle preghiere verso gli dei (Muller, 1962). Sovente però, le piume, acquistano anche connotati negativi perché molto leggeri possono volare via. In questi casi, simboleggiano l’incostanza e la frivolezza del pensiero.
  3. Nel apologetica ecclesiastica il canto degli uccelli simboleggia la bellezza del mondo sensibile, quando il tempo si ferma e il verbo divino si rivela. Di qui, come si riporta nella letteratura araba e persiana, il canto o linguaggio degli uccelli si identifica con il linguaggio esoterica e l’immortalità. Contemporaneamente, il canto notturno, secondo le tradizioni popolari, evoca la presenza di entità demoniache, oscure e sinistre in sembianze di uccelli teriomorfi. Infatti, nelle coste della Bretagna, le strie del talassidromo (soprannominato dai pescatori “rondine del diavolo” o “capitano di lungo corso”), annunciano l’imminente arrivo di tempeste.
  4. Omne vivum ex ovo. Secondo la cosmogonia taoista all’origine Izanagi (cielo) e Izanami (terra) erano inseparabili, formando un caos che assomigliava ad un uovo, al cui centro era un germe. Nella Barhyrivha Upanişad l’Uovo del Mondo da cui germoglia la vita è detto Uovo del Brahmā. Nella cosmogonia dei Dogon, in Mali, è l’Uovo a palla, a far nascere tutte le cose. Simile sistema cosmogonico conservano anche i Barbara, secondo cui, il mondo assomiglia ad un uovo vuoto, nello stadio primordiale. Nell’antica Creta, nell’era micenea, si utilizzavano le uova di struzzo come coppe all’interno delle sepolture dei personaggi più importanti. Nella tradizione cristiana, la forza rigenerativa delle uova si rispecchia nell’offerta di uova colorate di rosso in prossimità del periodo Pasquale. Ciò, non toglie di avere anche delle uova malefiche come quelle delle bisce e di basilisco (uccello leggendario e mai esistito!).

 

La Simbologia dell’Athene Noctua: gli Occhi della Dea.

            Glaukõpis, “sguardo da civetta”, era il nome greco per la dea Atena, composto da glaùks, civetta e opé, sguardo. Sarà proprio quel sguardo “pensoso” a suggerire l’accostamento dell’immagine della civetta come l’emblema della meditazione; dello scrutare attraverso le tenebre, per cui pensata come simbolo della sapienza; accovacciata sui spigoli delle case, le punte dei rami degli alberi e di conseguenza contemplata come il sorvegliante della soglia.

 

Lo Sguardo.

Ciò, che di civetta colpisce in modo inquietante è l’immagine degli occhi “a pala” che ti fissano. Unica via d’uscita è di distogliere lo sguardo, ossia, sottrarsi dall’occhio, che procura una sorta di spaesamento (unheimlich) all’osservatore.        

            I primi a fare riferimento al termine Unheimlich furono Heidegger e Freud nelle rispettive ricerche riguardo il Dassein e l’Identità. Ambedue avevano colto in pieno la profondità e assieme la difficoltà di sciogliere il termine nei suoi aggettivi: sospetto, spiacevole, enorme, terribile, nascosto, segreto e inosservato che costantemente si trova lì pronto ad affiorare, procurandosi angoscia e riportando alla luce la pressante presenza della Morte.

            Negli studi di psicanalisi e fenomenologia, Lacan rapporta l’occhio alla luce. L’occhio si colma di luce e lo sguardo è nella luce che le cose riflettono (Berto, 1999). Attraverso lo sguardo –continua Graziella Berto- il soggetto è illuminato nella sua frammentarietà…Le cose che mi guardano non sono le cose come abitualmente io le vedo…Le cose sono “luccichio”, “sfavilio”, …., gioco di luce e opacità, eccesso di un mostarsi che insieme si sottrae, impossibile da delimitare e da cristallizzare, troppo vicino da essere focalizzato e insieme troppo lontano per essere afferrato.

Nella dimensione paleologica dei primordi riscoprire la luce da una dimensione nascosta e ctonia, equivale allo svellamento della a-letheia (iscritta nella logica del mistero e dell’incomprensibile), cioè, liberarsi dalla lèthe, ri-scoprire nuove percezioni e rappresentazioni. In una parola ri-nascere. In greco, guardare e vedere, hanno la stessa radice thea di teoria, teatro e dio-deaa (theòs-theà). In questa prospettiva, anche la civetta attraverso i suoi occhi turba con la sua presenza, rompendo l’oscurità nella quale doveva rimanere procurando spavento e presa di coscienza: la Dea della Morte. Il suo compito sinistro, ma necessario passaggio nel ciclo dell’esistenza.

La più antica rappresentazione, risale al Paleolitico Superiore (-13000 a.C.) e proviene da uno dei panelli rocciosi della “Galleria delle Civette”, presente nella grotta francese di Les Trois Frères in Ariège (cfr. in alto), mentre una seconda figura di civetta appare sui panelli rocciosi della Grotta Chauvet (Chauvet, 1996)[7]. Infatti, l’iconografia della Dea in sembianze di Civetta, è importante per tutto il Neolitico fino all’Antica età del Bronzo (Calcolitico). Un suggerimento cultuale forse proviene dall’Inner Mongolia dove raffigurazioni di civetta furono trovati in contesti di agricoltori (cultura Xian). In particolare, nel Mediterraneo orientale, gli scavi archeologici compiuti in Siria e in Giordania hanno portato alla luce idoli in pietra o argilla, datati al Neolitico B pre-ceramico (8000-7500 a.C. e 7000-6500 a.C. rispettivamente) che ritraggono la figura della civetta. Il suo costante riferimento all’oltre tomba si nota anche nei rinvenimenti presso le urne danubiane (cfr., Cultura Baden, Ungheria nord-occidentale -3000 a.C.), nell’Egeo settentrionale (Polichni, Lesvos, 3000-2500 a.C., contemporanei agli stessi restituita dal livello Troia II-III) e l’Anatolia occidentale nel IV e III millennio a. C. In Grecia continentale, si sono trovati inoltre, idoli di civetta nelle tombe a tholos (Kakovatos, Pylos) ed a pozzo (Peristeria)[8].

            I tratti anatomici che caratterizzano l’uccello notturno (occhi tondi e becco accentuato) si possono riconoscere presso l’iconografia delle statue-menhir nella Francia meridionale e nella penisola iberica. Molte di esse, penso all’iconografia bretone, portano anche i seni della Dea, ornati con delle collane. In effetti, possiamo raggruppare le varietà tematiche, anche, in base alla loro distribuzione geografica:

 

1.      Irlanda, Sito megalitico di Knowth, Contea di Meath (seconda metà del IV millennio).

Nella struttura, all’interno della tomba megalitica di Knowth, grandi lastroni e massi di pietra sono fittamente incisi. Uno di essi porta scolpita una testa a “occhi di civetta” e il corpo realizzato da una figura labirintiforme incentrata su una grande vulva al suo centro. Simili raffronti si trovano presso la cultura Vinča.

2.      Bretagna, Sito di Les Pierres Plates, Locmariaquer (seconda metà del IV millennio).

La creatività artistica, incentrata sul tema della civetta si spinge fino a relazioni monumentali, posizionate all’ingresso delle tombe a corridoio angolato a Locmariaquer. Il corpo della Dea Civetta, diventa una grande vulva. Le sopracciglia e il becco ci rivelano la sua identità. Confronti e paralleli si riscontrano a:

2.1.  Sito di Kenmarquer (III millennio).

In questo caso, l’elemento di identificazione  della Dea Civetta è l’uncino (spirale singola semplificata), scolpito in varie posizioni sulla lastra scistosa in relazione al sito megalitico di Kenamrquer in Morbihan, rievocando la rigenerazione e la rinascita della vita. Identico discorso per i seguenticasi 2.2 e 2.3.

2.2.  Sito di Bouches-de-Rhône (fine IV millennio).

La stele porta sul viso i caratteristici tratti della Dea Civetta: bande di chevron quadrati che accentuano i suoi tratti. La suddetta statua-stele fa parte di una comune tradizione culturale, sviluppata nel Calcolitico e sparsa in tutta l’Europa, lungo le vie dei metalli. Probabilmente, la figura della Dea Civetta indica, proprio, l’arrivo di una nuova conoscenza come quella della metallurgia.

2.3.  Siti di La Gavette, Mas de l’Aveugle e Aven Meunier (inizio III millennio).

3.      Portogallo, Siti di Horta Velha do Reguengos e Vega del Guadancil, Careres (seconda metà del IV millennio).

In Portogallo, riscontriamo le sembianze dell’uccello notturno inciso sulle placche di scisto rinvenute nelle tombe a corridoio. In abbinamento agli occhi e il becco recano incise segni a zig-zag e bande di strisce, oppure strisce ad arco riempite di microcoppelle come mostrano i resti del sito di Asquerosa, di Crato, di Arroches (fine IV - inizio III millennio, perché rinvenuti in contesti archeologici non certi).

4.      Spagna, Tomba megalitica di Encantada (- III millennio).

In Almeria, i vasi di terracotta, rinvenute in tomba, con le sembianze facciali della Dea Civetta sono sovente associate con segni a V, M, Y e losanghe. Si tratta probabilmente di un “cartiglio sacro”, perché ritrovato uno simile nel santuario VII, 23 di  Çatal Hüyük.              

5.      Italia, Sito di Arnesano (Lecce), Puglia (- IV millennio).

Nelle sepolture in Cuccuru de is Arrius in Sardegna, la posizione del corpo del morto ricoperto di ocra rossa è fetale. All’altezza della testa erano seppellite delle piccole statuette di tipo “Nudi Rigidi Bianchi”. Simile, situazione si è riscontrata anche ad Arnesano nel Salento, dove in una tomba del V millennio era presente una statuetta atrofica posta di fronte al corpo del defunto, recando incisioni a chevron e con le sembianze di civetta.

5.1.  Sito di Pontevecchio, Lunigiana (III millennio).

La raffigurazione della Dea Civetta si riscontra anche presso le statue-menhir della Lunigiana, riportando in seno la concezione ideologica del Neolitico megalitico che riserva una particolare attenzione all’aldilà e i defunti, con tutte le complicazioni spirituali annesse. Al contrario, il Neolitico balcanico-danubiano si forma ideologicamente sulla “coppia divina” preistorica: “Venere-Toro”. Simili considerazioni anche per il sito Alto Atesino-Brentonico di Revò, Arco VI, Spiazzo di Cerna, (III millennio).

6.      Bulgaria, Sito di Gradešnica (V-IV millennio). Idoli neri, con delle ali a forma di civetta e motivi meandriformi ad adornare il corpo sono rinvenuti in sepolture. Riteniamo che si tratta di simboli della morte ma nello stesso tempo anche di rigenerazione.

 

L’ipotesi sciamanistica

            Se finora, l’argomentazione fatta sulla civetta era calata nella dimensione magico-religiosa europea, ciò, non esclude che l’Athena noctua fu solo un essere alato che ha ispirato gli indigeni della vecchio continente. Infatti, per le tribù Hopi e Zuni, l’uccello notturno fu venerato e raffigurato sulle rocce dell’Arizona Nordorientale. Le rocce situate nel Palavayu area, equidistanti sia dai territori di pertinenza Hopi e Zuni, riportano scolpite quasi 200 immagini, tra qui 127 variazioni dello stesso tipologia tematica come la civetta o il guffo, datate probabilmente sull’orizzonte culturale degli Raccoglitori Arcaici (Early Food Gatherers, 10.000-5000 A.C) o Basketmakers II. Questi ultimi, erano produttori di panieri e stuoie intrecciate con delle fibre vegetali, colorate con dei colori garzanti e disegni elaboratissimi, oltre che ceramiche di un’estetica fine. Abitavano villaggi costruiti con delle pietre, sovente ai piedi di rocksheltrs (ripari sotto roccia). Tra le figure e gli psicodrammi dipinti o graffiti appaiono grandi figure di uccelli identificati come “Greta Horned Owl” (Mongwu) e “Screech Owl” (Hootsoko) e appartenenti alla cosmologia Hopi. Una terza figura ornitomorfa, identificata, come “Spruce Owl” (Salapmangwu) e puramente fantastica, spesso accompagna gli sciamani o uomini medicina nei loro voli estatici (Wright, 1973).  Infatti, la tradizione vuole che gli sciamani assumono delle sostanze allucinogene per facilitare la comunicazione con il mondo degli spiriti. Studi sulle piante della zona che possono produrre tali effetti (Schultes, 1972; McCreey & Matloski, 1994) dimostrano che la specie Datura provoca oltre lo stato alterato della coscienza anche una dilatazione, ma più che dilatazione meglio deformazione dell’occhio, dandoli proprio una forma completamente rotonda, ingradisce la pupila a dismisura (effetto civetta) e procurando fobie sull’esposizione alla luce. La metafora simbolica fra la civetta o il guffo e lo stregone è già compiuta! Allora lo sciamano, è capace di veder nella profondità (“see into”; “see beyond”) dell’anima delle persone, grazie al suo sguardo penetrante da civetta.

 

Conclusioni

Se effettivamente, come risulta dalla ricerca preistorica, archeologica e dai resoconti etnografici, la figura della Athena Noctua sta emergendo in modo alquanto forte, allora, forse, è il momento giusto di puntare verso la co-operazione interdisciplinare fra ornitologi e archeologi in ordine di approfondire tematiche che possono far giovare ad ambedue discipline. Tra le 8600 diverse specie di uccelli attualmente noti, solo 53 specie sono raffigurati nell’arte preistorica [annotando che il numero degli specie animali ritratti si stima attorno alle 250.000 unità) e tra questi, solo 8 specie erano commestibili come l’oca, l’otarda (Otis tarda), il gallo cedrone (Tetrao urogallus), il cigno (Cygnus), la quaglia (Coturnix), il fagiano di monte maschio (Lyrurus tetrix) e l’anatra (Anas)]: il resto probabilmente rientrava nella categoria degli uccelli tabù.

 

 



[1] Paul Klee, pubblica nel 1920 il testo Schöpferische Konfession (La confessione creatrice). Secondo ciò che è scritto “l’arte non ripete le cose visibili, ma rende visibile”. Su questa falsa riga egli costruisce la fondazione della Teoria della Figurazione distinguendo tra Gestalt, intesa come forma conclusa e Bildung, formazione in divenire. La Form è il risultato del processo della Gestaltung, della forza creativa infinita (storia della morfogenesi= delle forme possibili). Per Klee la “vita delle forme è dunque, il generarsi e il rigenerarsi delle forme stesse”.

[2] Secondo Warburg si possono distinguere tre tipi di connessione: il legame magico (immagine  e significato sono tutt’uno); il concetto teologico; connessione con “riserva” (l’osservatore non crede veramente all’animazione magica dell’immagine , ma si sente tuttavia legato ad essa). Cfr., Wind E., L’Eloquenza dei simboli. La “Tempesta” commento sulle allegorie poetiche di Giorgione, Adelphi, Milano, 1992, pp. 45-50.

[3] Definizione attribuitaall’arte rupestre ellenica di Filippi (Grecia).

[4] Questa modalità di percepire la realtà è dovuta alla capacità della mente umana di pensare a blocchi.

[5] Il tema delle maschere nell’arte preistorica è sterminato ed una sua esauriente trattazione, al momento, non rientra nello spirito del libro, perciò rimando il lettore alla consultazione, a titolo esemplificativo, dei seguenti testi: Matlotki E., Giving a Hoot: Shamanistic Owl Images in The Iconography of the Palavayu Anthropomorphic Stule, Northeastern Arizona, BCSP 31-32 [Valcamonica Symposium, 1997], Edizioni del centro, Capo di Ponte, 1999; Tang H., Oppositio and Unity: A study of Shamanistic Dualism in Prehistoric Art, BCSP 33 [Valcamonica Symposium, 1998], Edizioni del Centro, Capo di Ponte, 2001-02; Brusa-Zappellini G., Iconologia e Archetipi Figurativi. Iconografia preistorica e arte del mondo antico, Valcamonica Symposium 1996; Citroni Maria C., Lo smembramento e la caduta dall’alto: tracce di cultura sciamanica nelle incisioni rupestri, Valcamonica Symposium 1991; Sansoni U., La maschera nell’arte delle teste rotonde (Sahara Centrale), BCSP 29, Edizioni de Centro, 1996. Cfr., Imm.

[6] Anati E., Helan Shan. Arte Rupestre della Cina, Edizioni del Centro, Capo di Ponte, 1994, p.23.

[7] Chauvet J.-Brunel Descamps E. & Hillare H., Dawn of Art : The Chauvet Cave, New York, Abrams Harry N. Publications, 1996.

[8] Marinatos S., Excavations at Thera 1-7, Βιβλιοθήκη Ελληνικής Αρχαιολογικής Εταιρείας, Αθήνα, (64)1968.