ATHENE NOCTUA: LA SIGNORA DELLE TENEBRE. L’IMMAGINE DELLA
CIVETTA ATTRAVERSO L’ICONOGRAFIA PREISTORICA.
Sommario
La prima testimonianza iconografica della
Civetta proviene dal sito di Trois Frères (Ariège), Francia meridionale. Si
tratta di un reperto dell’orizzonte culturale del magdaleniano medio (13.000
a.C., Paleolitico superiore): una nidata di Civette (?), graffita sulla parete
rocciosa. Tra gli elementi più rappresentativi nella produzione artistica
preistorica sono cerchi simili ad “occhi”. Significativo è il loro legame
associativo con le tombe megalitiche (cfr. “idoli-occhi”, III millennio; tombe
micenee, XV sec. a.C.) e le grotte-santuario, a doppia valenza: sinistro perché
preannuncio di morte, secondo la letteratura etnologica riscontrata nell’Europa
sud-orientale, e positivo come segno di onniveggenza, fonte di vita. Di
conseguenza, possiamo creare una scheda con degli elementi decorativi che si
associano alla Dea Uccello Civetta e ci permettono di estrapolare, volta per
volta, in relazione al contesto del ritrovamento, il significato più profondo
della raffigurazione di Athene noctua nel tempo: “torrente che fluisce” o
“corsi d’acqua” o “gocce di pioggia”; elementi a V e a X; meandri o bande di
meandri; linee parallele triple; occhi tondi o radianti; occhi a “spazzola”;
maschere a becco; chevron semplici; chevron doppi o tripli; chevron con linea
semicircolare; sopracciglia singole o multiple; decorazioni a “coppella”; occhi
come spire di serpente; occhi come “corna d’Ariete”. La presente comunicazione
non pretende apportare delle novità sul piano strettamente ornitologico
piuttosto di contribuire all’accrescimento della raccolta dei dati di tipo
paleo-ornitologico per una maggiore comprensione della Civetta, oltre a
coadiuvare alla protezione e alla tutela della specie attraverso una
divulgazione mirata.
Parole Chiave: Arte Rupestre, Athena
Noctua, Dea Uccello Civetta, Grotte Santuario, Tombe megalitiche,
“Veneri”Rigide Nude.
Abstract
The first iconographic testimony of the Owl comes from theTrois Frères Cave (Ariège), situated in
Southern France. The owl nest, engraved on the cav wall draft of from the
cultural horizon of the middle magdalenian period (13,000 a.C., Upper
Paleolithic). The most represented
elementes in the prehistoric artistic production are circles similar to eyes.
Meaningful it is their associative tie with megalithic tombs (cf.,
idol-eyes,III millenium; mycenean tombs, XV sec. a.C.) and the cove-sanctuary,
by a double valence: preannouncement of death and in the same time, according
the ethnological data coming out from Southerastren Europe, source of life.
Consequently, we can create a data base with all the decorated elements
associated to the Goddess Owl Bird and they allow us to extrapolate, time for
time, in relation to the context, the deeper meant one of Athene noctua in the
time: torrente that flows or stream waters or rain droops; elements like as V
and X; meanders/mazes or bands of meanders; triple parallels lines; round or
radiating eyes; eyes like as brush; spout masks; simple chevron; double or
triple chevron; chevron with semicircular line; single or multiple eyebrow;
decorations like as cupmark; eyes like snake coils; eyes like Arietes horns. The present communication does not expect to bring innovationes on the
closely ornithological plan rather than to contribute to increase the
collection of cultural ornithological data for a deeper understanding of the
Owl, its environmental protection and the protection of the species through one
aimed spreading.
Keywords:
Athena Noctua, Bird Godness Owl, Cave-Sanctuary,
Megalithic Tombs, Naked Rigid “Venus”.
Questa “conoscenza” è totale, ovvero
mitica, rituale e geografica.
(Mircea Eliade)
Uomo e spazio si trovano in una relazione di reciprocità animata
dall’energia che le forme emanano durante il processo di anamorfosi:
le forme si trasformano nel loro tentativo di interpretare gli archetipi (figurazione)
all’interno dello spazio. La
creatività artistica si presenta all’aurora dello risveglio umano come dei mandala, struttura ordinata di un spazio
sacro perché colmo di precetti e isomorfismi (cfr. Brusa-Zapellini, 2000). La trama spaziale comprende forme in
tensione. La forma contorno labile della formazione
permettendo all’artista di cogliere e impossessarsi del m/Mondo[1]. Il punto critico, di
connessione[2], fra
immagine e il suo “significato (se[o]gno)”
è il simbolo. Il mondo dei primordi, il mondo dei “sogni dei fantasmi”[3]
o dell’epoca dei sogni si esprime
plasmando “matrici” di forme dando corpo alla Morfologia,
tassonomia e razionalizzazione del cosmos
definendo i limiti entro i quali cresce l’icona (simbolo). Parlando in termini
operativi si tratta di investigare il problema di generazione delle forme
(espresse come configurazione globale
in cui le singole figure si vedono nelle loro disposizione reciproca)[4]
frutto della forza demoniaca delle trasformazioni. Ciò, implica anche un’altra caratteristica
fondamentale, direi peculiare, delle forme: la sparizione concepita
non in termini di annullamento, dispersione e distruzione, ma piuttosto in
termini di sonno! Le forme “si addormentano”
pronte per il “risveglio” al primo richiamo del logos (cfr., Focillon, 1941).
Le prime opere plastiche
dell’umanità furono concepite mentre si stendevano gli peli degli animali
selvaggi (leoni, orsi et al.) sulla
loro rilievo fatto di creta. Più la forma assomigliasse all’animale totemico
più intensa era la trasmissione delle forze naturali e l’identificazione
passava attraverso anche l’utilizzo delle maschere[5].
L’elemento più accentuato sono due grandi occhi (cfr. maschera Bonono a sx.),
spesso rotondi e sproporzionalmente grandi rispetto alla faccia[6].
Le maschere erano di solito portate dai sciamani durante delle cerimonie
rituali parte dei cicli mitologici tribali. Lo sciamano, “custode della soglia”, è frutto
dell’intreccio con il luogo di culto e la storia di esso iscritta nel tempo, in
una sorta di danza ieratica. Per ogni azione e gesto del singolo o della sua
tribù corrisponde una danza, un rito. La messinscena è impresa sui volti delle
maschere adoperate, continuum di
azioni, di energie, di messaggi, di sospiri cosmici. Perciò ogni maschera
(intesa come spostamento dello sguardo),
unica ed irripetibile, non nasconde il volto umano ma funge da filtro che
permette, una maggior incorporazione del sovrannaturale. Risultano essere
piuttosto, oggetti di forza viva perché deomorfi
(dei-demoni-spiriti) e psicopompi. Un
detto degli indigeni del Basso Yukon suona così: “ogni caccia è una caccia di anime” e la tribù dei Wolof
aggiunge: “riconoscersi da sé vale
molto di più che impararlo dagli altri”.
La mentalità preistorica sostanzialmente non segue
la logica aristotelica ma piuttosto è partecipativa! Per il pensiero
“primitivo” lo spazio e il tempo sono grandi involucri che custodiscono
l’efficacia di quelle potenze arcane mentre avvolgono tutto, ogni cosa.
Nell’orizzonte primitivo non vi è nulla che, abbandonato al caso, possa cadere
nell’irrilevanza (Brusa-Zappelini, 1997). Esiste, invece, una variegata gamma
di possibilità che rispondono meglio ad una strutturazione mitologica e magica della realtà.
Gli uccelli, grazie al
volo, possono raggiungere il cielo, sede della divinità e della trascendenza.
Nello stesso momento possono vivere in terra e di conseguenza fungono da
messaggeri del messaggio divino. Ne sapevano qualcosa gli aruspici etruschi che
dalla tipologia di volo degli uccelli riuscivano a decifrare la volontà divina.
Le loro migrazioni hanno indicato per millenni le regole del cambiamento
stagionale: l’arrivo dei primi uccelli preannuncio di rigenerazione e rinascita
della natura.
Le ali (1), il piumaggio e
le penne (2), il canto (3), le uova (4), tutti elementi che richiamano gli
esseri alati costituiscono dei fili rossi che conducono attraverso la corretta
interpretazione alla comprensione simbolica degli esseri alati:
Glaukõpis, “sguardo da civetta”, era il nome greco per la dea Atena, composto da glaùks,
civetta e opé, sguardo. Sarà proprio quel sguardo “pensoso” a suggerire
l’accostamento dell’immagine della civetta come l’emblema della meditazione;
dello scrutare attraverso le tenebre, per cui pensata come simbolo della
sapienza; accovacciata sui spigoli delle case, le punte dei rami degli alberi e
di conseguenza contemplata come il sorvegliante della soglia.
I primi a fare riferimento
al termine Unheimlich furono Heidegger e Freud nelle rispettive ricerche
riguardo il Dassein e l’Identità. Ambedue avevano colto in pieno
la profondità e assieme la difficoltà di sciogliere il termine nei suoi
aggettivi: sospetto, spiacevole, enorme, terribile, nascosto, segreto e
inosservato che costantemente si trova lì pronto ad affiorare, procurandosi
angoscia e riportando alla luce la pressante presenza della Morte.
Negli studi di psicanalisi e fenomenologia, Lacan rapporta l’occhio alla luce. L’occhio si colma di luce e lo sguardo è nella luce che le cose riflettono (Berto, 1999). Attraverso lo sguardo –continua Graziella Berto- il soggetto è illuminato nella sua frammentarietà…Le cose che mi guardano non sono le cose come abitualmente io le vedo…Le cose sono “luccichio”, “sfavilio”, …., gioco di luce e opacità, eccesso di un mostarsi che insieme si sottrae, impossibile da delimitare e da cristallizzare, troppo vicino da essere focalizzato e insieme troppo lontano per essere afferrato.
Nella dimensione paleologica
dei primordi riscoprire la luce da una dimensione nascosta e ctonia, equivale
allo svellamento della a-letheia (iscritta nella logica del mistero e
dell’incomprensibile), cioè, liberarsi dalla lèthe, ri-scoprire nuove
percezioni e rappresentazioni. In una parola ri-nascere. In greco, guardare e
vedere, hanno la stessa radice thea di teoria, teatro e dio-deaa (theòs-theà).
In questa prospettiva, anche la civetta attraverso i suoi occhi turba con la
sua presenza, rompendo l’oscurità nella quale doveva rimanere procurando
spavento e presa di coscienza: la Dea della Morte. Il suo compito sinistro, ma
necessario passaggio nel ciclo dell’esistenza.
La più antica rappresentazione, risale al Paleolitico Superiore (-13000 a.C.) e proviene da uno dei panelli rocciosi della “Galleria delle Civette”, presente nella grotta francese di Les Trois Frères in Ariège (cfr. in alto), mentre una seconda figura di civetta appare sui panelli rocciosi della Grotta Chauvet (Chauvet, 1996)[7]. Infatti, l’iconografia della Dea in sembianze di Civetta, è importante per tutto il Neolitico fino all’Antica età del Bronzo (Calcolitico). Un suggerimento cultuale forse proviene dall’Inner Mongolia dove raffigurazioni di civetta furono trovati in contesti di agricoltori (cultura Xian). In particolare, nel Mediterraneo orientale, gli scavi archeologici compiuti in Siria e in Giordania hanno portato alla luce idoli in pietra o argilla, datati al Neolitico B pre-ceramico (8000-7500 a.C. e 7000-6500 a.C. rispettivamente) che ritraggono la figura della civetta. Il suo costante riferimento all’oltre tomba si nota anche nei rinvenimenti presso le urne danubiane (cfr., Cultura Baden, Ungheria nord-occidentale -3000 a.C.), nell’Egeo settentrionale (Polichni, Lesvos, 3000-2500 a.C., contemporanei agli stessi restituita dal livello Troia II-III) e l’Anatolia occidentale nel IV e III millennio a. C. In Grecia continentale, si sono trovati inoltre, idoli di civetta nelle tombe a tholos (Kakovatos, Pylos) ed a pozzo (Peristeria)[8].
I tratti anatomici che caratterizzano l’uccello notturno (occhi tondi e becco accentuato) si possono riconoscere presso l’iconografia delle statue-menhir nella Francia meridionale e nella penisola iberica. Molte di esse, penso all’iconografia bretone, portano anche i seni della Dea, ornati con delle collane. In effetti, possiamo raggruppare le varietà tematiche, anche, in base alla loro distribuzione geografica:
1. Irlanda,
Sito megalitico di Knowth, Contea di Meath (seconda metà del IV
millennio).
Nella struttura, all’interno della tomba megalitica di Knowth, grandi lastroni e massi di pietra sono fittamente incisi. Uno di essi porta scolpita una testa a “occhi di civetta” e il corpo realizzato da una figura labirintiforme incentrata su una grande vulva al suo centro. Simili raffronti si trovano presso la cultura Vinča.
2. Bretagna,
Sito di Les Pierres Plates, Locmariaquer (seconda metà del IV
millennio).
La creatività artistica, incentrata sul tema della civetta si spinge fino a relazioni monumentali, posizionate all’ingresso delle tombe a corridoio angolato a Locmariaquer. Il corpo della Dea Civetta, diventa una grande vulva. Le sopracciglia e il becco ci rivelano la sua identità. Confronti e paralleli si riscontrano a:
2.1. Sito
di Kenmarquer (III millennio).
In questo caso, l’elemento di identificazione della Dea Civetta è l’uncino (spirale
singola semplificata), scolpito in varie posizioni sulla lastra scistosa in
relazione al sito megalitico di Kenamrquer in Morbihan, rievocando la
rigenerazione e la rinascita della vita. Identico discorso per i seguenticasi
2.2 e 2.3.
2.2. Sito
di Bouches-de-Rhône (fine IV millennio).
La stele porta sul viso i caratteristici tratti della Dea Civetta: bande di chevron quadrati che accentuano i suoi tratti. La suddetta statua-stele fa parte di una comune tradizione culturale, sviluppata nel Calcolitico e sparsa in tutta l’Europa, lungo le vie dei metalli. Probabilmente, la figura della Dea Civetta indica, proprio, l’arrivo di una nuova conoscenza come quella della metallurgia.
2.3. Siti
di La Gavette, Mas de l’Aveugle e Aven Meunier (inizio III
millennio).
3. Portogallo,
Siti di Horta Velha do Reguengos e Vega del Guadancil, Careres (seconda
metà del IV millennio).
In Portogallo, riscontriamo le
sembianze dell’uccello notturno inciso sulle placche di scisto rinvenute nelle
tombe a corridoio. In abbinamento agli occhi e il becco recano incise segni a zig-zag
e bande di strisce, oppure strisce ad arco riempite di
microcoppelle come mostrano i resti del sito di Asquerosa, di Crato, di
Arroches (fine IV - inizio III millennio, perché rinvenuti in contesti archeologici non
certi).
4. Spagna, Tomba megalitica di Encantada (- III millennio).
In Almeria, i vasi di
terracotta, rinvenute in tomba, con le sembianze facciali della Dea Civetta
sono sovente associate con segni a V, M, Y
e losanghe. Si tratta probabilmente di un “cartiglio sacro”, perché ritrovato
uno simile nel santuario VII, 23 di
Çatal Hüyük.
5. Italia,
Sito di Arnesano (Lecce), Puglia (- IV millennio).
Nelle sepolture in Cuccuru de
is Arrius in Sardegna, la posizione del corpo del morto ricoperto di ocra rossa
è fetale. All’altezza della testa erano seppellite delle piccole statuette di
tipo “Nudi Rigidi Bianchi”. Simile, situazione si è riscontrata anche ad
Arnesano nel Salento, dove in una tomba del V millennio era presente una
statuetta atrofica posta di fronte al corpo del defunto, recando incisioni a chevron
e con le sembianze di civetta.
5.1. Sito di Pontevecchio, Lunigiana (III millennio).
La raffigurazione della Dea
Civetta si riscontra anche presso le statue-menhir della Lunigiana,
riportando in seno la concezione ideologica del Neolitico megalitico che
riserva una particolare attenzione all’aldilà e i defunti, con tutte le
complicazioni spirituali annesse. Al contrario, il Neolitico
balcanico-danubiano si forma ideologicamente sulla “coppia divina”
preistorica: “Venere-Toro”. Simili considerazioni anche per il sito Alto
Atesino-Brentonico di Revò, Arco VI, Spiazzo di Cerna, (III millennio).
6. Bulgaria, Sito di Gradešnica (V-IV millennio). Idoli neri, con delle ali a forma di civetta e motivi meandriformi ad adornare il corpo sono rinvenuti in sepolture. Riteniamo che si tratta di simboli della morte ma nello stesso tempo anche di rigenerazione.
L’ipotesi sciamanistica
Se
finora, l’argomentazione fatta sulla civetta era calata nella dimensione
magico-religiosa europea, ciò, non esclude che l’Athena noctua fu solo
un essere alato che ha ispirato gli indigeni della vecchio continente. Infatti,
per le tribù Hopi e Zuni, l’uccello notturno fu venerato e raffigurato sulle
rocce dell’Arizona Nordorientale. Le rocce situate nel Palavayu area,
equidistanti sia dai territori di pertinenza Hopi e Zuni, riportano scolpite
quasi 200 immagini, tra qui 127 variazioni dello stesso tipologia tematica come
la civetta o il guffo, datate probabilmente sull’orizzonte culturale degli Raccoglitori
Arcaici (Early Food Gatherers, 10.000-5000 A.C) o Basketmakers II.
Questi ultimi, erano produttori di panieri e stuoie intrecciate con delle fibre
vegetali, colorate con dei colori garzanti e disegni elaboratissimi, oltre che
ceramiche di un’estetica fine. Abitavano villaggi costruiti con delle pietre,
sovente ai piedi di rocksheltrs (ripari sotto roccia). Tra le figure e
gli psicodrammi dipinti o graffiti appaiono grandi figure di uccelli
identificati come “Greta Horned Owl” (Mongwu) e “Screech Owl”
(Hootsoko) e appartenenti alla cosmologia Hopi. Una terza figura
ornitomorfa, identificata, come “Spruce Owl” (Salapmangwu) e
puramente fantastica, spesso accompagna gli sciamani o uomini medicina nei
loro voli estatici (Wright, 1973).
Infatti, la tradizione vuole che gli sciamani assumono delle sostanze
allucinogene per facilitare la comunicazione con il mondo degli spiriti. Studi
sulle piante della zona che possono produrre tali effetti (Schultes, 1972;
McCreey & Matloski, 1994) dimostrano che la specie Datura provoca
oltre lo stato alterato della coscienza anche una dilatazione, ma più che
dilatazione meglio deformazione dell’occhio, dandoli proprio una forma
completamente rotonda, ingradisce la pupila a dismisura (effetto civetta) e
procurando fobie sull’esposizione alla luce. La metafora simbolica fra la
civetta o il guffo e lo stregone è già compiuta! Allora lo sciamano, è capace
di veder nella profondità (“see into”; “see beyond”) dell’anima
delle persone, grazie al suo sguardo penetrante da civetta.
Conclusioni
Se effettivamente, come risulta dalla ricerca preistorica, archeologica e dai resoconti etnografici, la figura della Athena Noctua sta emergendo in modo alquanto forte, allora, forse, è il momento giusto di puntare verso la co-operazione interdisciplinare fra ornitologi e archeologi in ordine di approfondire tematiche che possono far giovare ad ambedue discipline. Tra le 8600 diverse specie di uccelli attualmente noti, solo 53 specie sono raffigurati nell’arte preistorica [annotando che il numero degli specie animali ritratti si stima attorno alle 250.000 unità) e tra questi, solo 8 specie erano commestibili come l’oca, l’otarda (Otis tarda), il gallo cedrone (Tetrao urogallus), il cigno (Cygnus), la quaglia (Coturnix), il fagiano di monte maschio (Lyrurus tetrix) e l’anatra (Anas)]: il resto probabilmente rientrava nella categoria degli uccelli tabù.
[1] Paul Klee, pubblica nel 1920 il testo Schöpferische Konfession (La confessione creatrice). Secondo ciò che è scritto “l’arte non ripete le cose visibili, ma rende visibile”. Su questa falsa riga egli costruisce la fondazione della Teoria della Figurazione distinguendo tra Gestalt, intesa come forma conclusa e Bildung, formazione in divenire. La Form è il risultato del processo della Gestaltung, della forza creativa infinita (storia della morfogenesi= delle forme possibili). Per Klee la “vita delle forme è dunque, il generarsi e il rigenerarsi delle forme stesse”.
[2] Secondo Warburg si possono distinguere tre tipi di connessione: il legame magico (immagine e significato sono tutt’uno); il concetto teologico; connessione con “riserva” (l’osservatore non crede veramente all’animazione magica dell’immagine , ma si sente tuttavia legato ad essa). Cfr., Wind E., L’Eloquenza dei simboli. La “Tempesta” commento sulle allegorie poetiche di Giorgione, Adelphi, Milano, 1992, pp. 45-50.
[3] Definizione attribuitaall’arte rupestre ellenica di Filippi (Grecia).
[4] Questa modalità di percepire la realtà è dovuta alla capacità della mente umana di pensare a blocchi.
[5] Il tema delle maschere nell’arte preistorica è sterminato ed una sua esauriente trattazione, al momento, non rientra nello spirito del libro, perciò rimando il lettore alla consultazione, a titolo esemplificativo, dei seguenti testi: Matlotki E., Giving a Hoot: Shamanistic Owl Images in The Iconography of the Palavayu Anthropomorphic Stule, Northeastern Arizona, BCSP 31-32 [Valcamonica Symposium, 1997], Edizioni del centro, Capo di Ponte, 1999; Tang H., Oppositio and Unity: A study of Shamanistic Dualism in Prehistoric Art, BCSP 33 [Valcamonica Symposium, 1998], Edizioni del Centro, Capo di Ponte, 2001-02; Brusa-Zappellini G., Iconologia e Archetipi Figurativi. Iconografia preistorica e arte del mondo antico, Valcamonica Symposium 1996; Citroni Maria C., Lo smembramento e la caduta dall’alto: tracce di cultura sciamanica nelle incisioni rupestri, Valcamonica Symposium 1991; Sansoni U., La maschera nell’arte delle teste rotonde (Sahara Centrale), BCSP 29, Edizioni de Centro, 1996. Cfr., Imm.
[6] Anati E., Helan Shan. Arte Rupestre della Cina, Edizioni del Centro, Capo di Ponte, 1994, p.23.
[7] Chauvet J.-Brunel Descamps E. &
Hillare H., Dawn of Art : The Chauvet Cave, New York, Abrams Harry
N. Publications, 1996.
[8] Marinatos S., Excavations at Thera 1-7, Βιβλιοθήκη
Ελληνικής
Αρχαιολογικής
Εταιρείας, Αθήνα,
(64)1968.